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15/01/2015

Il Corsaro Nero (Zenit) incontra il Mouvement d’Action Sociale

Il Corsaro Nero incontra il Mouvement d’Action Sociale

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1) Ciao Arnaud, puoi illustrarci brevemente cos’è il MAS, quando nasce e che diffusione avete sul territorio francese?

Il MAS è stato fondato nel 2008 da varie persone provenienti da diverse esperienze politiche, c’è chi faceva politica, chi meta politica, chi era impegnato nelle associazione caritatevoli, chi invece in quelle sindacali… il nostro obiettivo era di creare una comunità di combattenti che agissero per il bene dei nostri concittadini. Per troppo tempo noi nazionalisti ci siamo accontentati di parlare solo a noi stessi creando un distacco con il popolo, dove invece altri si sono inseriti e lo hanno fatto al posto nostro. La nostra missione quindi è di riconquistare il popolo, portando avanti i nostri ideali e principi, è ora di marciare al fianco del popolo francese. Come fare? E’ necessario diffondere la nostra lotta passando attraverso lo sport, la cultura, le radio, le conferenze, l’aiuto sociale, l’ecologia, l’arte ecc… bisogna ripartire dal principio che tutto è da conquistare!

2) Quali sono i vostri riferimenti politici e culturali?

La Francia è la culla della civiltà, che poi ha dato luce al fascismo. La nostra storia politica è testimone di questa unione tra la giustizia sociale e la difesa della nostra patria. Di conseguenza i nostri riferimenti politici vanno dal sindacalismo anarchico al socialismo e al nazionalismo, possiamo dire senza esitazione che i nostri punti di riferimento sono SOREL, PROUDHON, LAFARGUE, NIETZSCHE, JUNGER, EVOLA, VENNER… ma non abbiamo remore ad accettare anche nuove figure della dissidenza attuale sia che esse siano di destra che sinistra, in modo da rendere più fluido il nostro pensiero politico. Tra le tante cose, ZENTROPA rappresenta un nuovo modo ‘avanguardista’ e ‘innovatore’ che ci piace molto, con l’occasione ci teniamo a salutare il suo fondatore (Sebastien)…
Dal punto di vista militante pensiamo che CASAPOUND rappresenti una realtà in cui ci identifichiamo, ciò che ci piace soprattutto di CP è il senso d’appartenenza , l’idea che diventa azione!
C’interessiamo da vicino a ciò che la sinistra alternativa può offrire di meglio rispetto al passato, quando parliamo di ‘sinistra’ si intende ovviamente di quella frangia dissidente della sinistra avanguardista e non di quella sinistra antifascista, da sempre burattini del sistema.

3) Che rapporti avete con altri movimenti europei?

Abbiamo dei buoni rapporti con CPI, con ZENIT BELGIO, con i camerati spagnoli, tedeschi, polacchi, russi e ucraini.
Questo scambio ci permette di rinforzare la nostra amicizia con i camerati in tutta Europa, ma lo scopo di queste collaborazione è di creare un’Europa forte che non ha paura delle nuove sfide. Davanti a noi c’è una generazione che vuole essere padrone del suo destino, pronta a combattere per la grandezza dell’europa!

4) Qual’è il vostro pensiero sulla crisi ucraina?

Pensiamo che esistono camerati ucraini che lottano per la sovranità del loro popolo, avendo come punto centrale lo STATO, la loro lotta è anche la nostra, peccato assistere ad una guerra fratricida, il nostro nemico comune sono le oligarchie mondiali, che siano a Kiev, Parigi, Washington o Mosca. Sogniamo un Ucraina libera, senza NATO nè Russia! Perchè per noi la difesa dell’identità è un fattore essenziale per la sopravvivenza di ogni popolo. L’unico rammarico’ è l’atteggiamento di Putin che non ha saputo capire l’occasione storica di creare una “terza posizione”. Attendiamo con interessi lo svolgimento della situazione, ma ciò che ci preoccupa di più è di continuare a lottare QUI per la nostra terra, nei nostri villaggi, nelle nostre città…e li’ che i nostri hanno bisogno di NOI!

5) Qual’è il vostro giudizio sul fenomeno ISIS e ISIL?

L’industria del petrolio ha partorito questo mostro dell’ISIS con la complicità degli USA e d’ISRAELE, personalmente non penso che l’islam sia il nemico numero uno, anzi rappresenta uno strumento potentissimo al servizio del nostro principale nemico comune: l’ oligarchia mondiale!

6) L’ennesimo attacco israeliano su Gaza ha provocato più di 2000 morti e migliaia di feriti, qual’è la vostra posizione politica sull’argomento?

Nulla può giustificare un tale gesto che consideriamo ignobile, ma siamo sicuri che un giorno tutto questo odio verso il popolo palestinese, si riverserà contro Israele.

7) Le elezioni europee hanno visto il successo del FN di Marine Le Pen, cosa pensate del nuovo leader della destra francese?

La vittoria del FN è sempre una buona notizia pero’ bisogna sempre restare vigili e non credere che tutto sia fatto, anzi il più difficile deve ancora venire! Siamo convinti che le regole elettorali sono già predefinite dall’inizio, quindi è necessario restare svegli e non cadere nella trappola del trionfalismo elettorale… ciò che ci fa più paura è che l’attrazione del potere faccia perdere la testa a Marine Le Pen che a volte, ha troppo tendenza ad allontanarsi dai veri principi del FN. Certe dichiarazioni o atteggiamenti da parte sua, fanno riflettere, si vede che esiste una vera e propria volontà di girare le spalle ai vecchi principi del FN, la conquista del potere ci può stare, ma non con l’infamia e il tradimento!

8) Credete sia ancora valido il sogno di una Terza Posizione nel futuro del nostro continente?

Oggi più che mai! Come ha detto bene ADINOLFI, stiamo assistendo ad una nuova YALTA che minaccia l’Europa rendendola sempre più sottomessa ai giochi di potere. Difendere la TERZA POSIZIONE è fondamentale per la nostra sopravvivenza, non abbiamo scelta, è una questione di vita o di morte per la nostra civilizzazione europea e per i nostri popoli.

Ringraziamo i nostri fratelli del MAS per aver accettato di rispondere alle nostre domande e con la sicurezza di poter continuare a lavorare insieme per realizzare i nostri sogni, vi auguriamo un anno di lotte e vittorie!

Grazie a voi, siamo fieri di avervi come camerati di lotta, lunga vita a ZENIT… fino alla vittoria!

Source: Zenit

11/01/2015

Conférence E&R Lille: L'épopée des Rothschild (16/01/15)

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29/12/2014

Entrevue avec un militant du MAS Touraine : mission aux Philippines.

Entrevue avec Vincent, militant du MAS Touraine

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Un militant du MAS est parti un mois cet été donner de son temps et de l'aide aux Philippines. Il a apporté ses compétences aux habitants d'un centre de relogement, récemment expulsés des bidonvilles de la capitale par de monstrueux promoteurs immobiliers. Son arrivée a concordé avec le passage sur la zone du Typhon Glenda, causant pertes humaines et matérielles. Son souhait était dès son départ de partager son expérience.

Bonjour Vincent, peux tu te présenter en quelques mots ?

Bonjour, je suis donc un jeune militant du MAS de 20 ans. Je ressens depuis plusieurs années le besoin d'étendre ma quête identitaire et solidaire à un autre niveau. Particulièrement attiré par les pays du Sud Est asiatique, j'ai entendu parler par le biais d'une amie d'une association basée aux Philippines travaillant avec différents groupes de jeunes défavorisés (Jeunes mères, prisonniers, habitants de bidonvilles). Mon attention s'est très rapidement tournée vers ce pays du sourire, frappé chaque année par une vingtaine de typhons meurtriers. J'ai pensé que mes expériences et mes formations de secourisme me permettraient d'apporter à ce peuple mon aide, aussi infime et temporaire soit-elle.

Quelles ont été tes missions ?

Suite à de longues discussions avec les responsables de l'association, il a été décidé de m'affecter dans un petit village au Sud de Manille la capitale. Ce village est un centre de relogement pour plus de 3 000 familles. Toutes ces familles proviennent des bidonvilles de la capitale et sont expulsées par des promoteurs immobiliers qui n'hésitent pas à incendier leurs quartiers pour les forcer à fuir. Ce centre, loin de tout, est une catastrophe pour tous. Les hommes se sauvent souvent à Manille pour trouver du travail, abandonnant femmes et enfants. Les femmes étant parfois obligées de se prostituer pour assumer leurs responsabilités. Ma mission a été d'apporter à ce centre très récent des protocoles à suivre en cas d'urgence (Formation aux premiers secours, installation d'extincteurs et de fiches de procédure dans les bâtiments, recensement des numéros d'urgence importants).

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Que retiens tu de ton expérience de solidarité internationale ?

Je retiendrai principalement deux choses de mon voyage. Tout d'abord l'état d'esprit incroyablement positif de tous les philippins qui après chaque typhon reconstruisent inlassablement leurs habitations, sans se plaindre, sans mendier, avec le sourire. Le deuxième côté qui m'a marqué et la part spirituelle et religieuse de leur vie qui est très importante. La population de 100 millions de Philippins est à 90 % catholique, pratiquante. Cette croyance leur apporte du courage dans les nombreuses catastrophes et difficultés qu'ils traversent.

Pour finir, as tu trouvé des points communs entre la France et les Philippines ?

Comme la question précédente, je retiendrai deux points. Comme en France, le capitalisme sauvage et l'américanisation de leurs terres font rage. Toutes traditions philippines ont été détruites pendant l’occupation américaine qui a laissé en lieu et place de l'architecture des conquistadores espagnoles, des Mac Do, des banques. En quête de bénéfices toujours plus importants, les pauvres sont écrasés, parfois tués par les décideurs politiques et économiques. Le deuxième constat est celui qui m'a interdit de me rendre au Sud du pays. Cette zone est occupée par environ 5 % de la population philippines, musulmane, en partie constituée de terroristes. Cette partie du pays, fortement déconseillée aux touristes est régulièrement le théâtre d'affrontements et d'actes terroristes engendrés par la communauté islamiste.

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Source: Mouvement d'Action Sociale - Touraine

Note du C.N.C.: Toute reproduction éventuelle de ce contenu doit mentionner la source.

25/12/2014

Origines et traditions de Noël (par Philippe Conrad)

Chaque année, la célébration de la Nativité s'accompagne de pratiques qui semblent réglées par une coutume immuable. Et pourtant, nombre d'entre elles nous viennent de la haute Antiquité, ou de différents pays. Pour mieux comprendre leurs richesses, suivons les explications de l'historien et rédacteur en chef de la Nouvelle Revue d'Histoire Philippe Conrad.

La magie de Noël : origines et traditions

Les serviteurs s'en allaient, pour « poser la bûche au feu » dans leur pays et dans leur maison. Au Mas ne demeuraient que les quelques pauvres hères qui n'avaient pas de famille ; et parfois des parents, quelque vieux garçon par exemple, arrivaient à la nuit en disant : « Bonne fête ! Nous venons poser, cousins, la bûche au feu avec vous autres ». Tous ensemble nous allions joyeusement chercher la « bûche de Noël » qui – c'était de tradition – devait être un arbre fruitier. Nous l'apportions dans le Mas, tous à la file, le plus âgé la tenant d'un bout, moi, le dernier-né, de l'autre ; trois fois nous lui faisions faire le tour de la cuisine ; puis, arrivés devant la dalle du foyer, mon père, solennellement, répandait sur la bûche un verre de vin cuit en disant : « Allégresse ! Allégresse ; mes beaux enfants, que Dieu nous comble d'allégresse ! Avec Noël tout bien vient. Dieu nous fasse la grâce de voir l'année prochaine. Et, sinon plus nombreux, puissions-nous n'y pas être moins. » Et nous écriant tous « Allégresse, allégresse, allégresse ! », on posait l'arbre sur les landiers et, dès que s'élançait le premier jet de flamme : « À la bûche boutefeu ! » disait mon père en se signant. Et tous nous nous mettions à table. Oh ! La sainte tablée, sainte réellement, avec, tout à l'entour, la famille complète, pacifique et heureuse. Trois chandeliers brillaient sur la table et si, parfois, la mèche tournait devers quelqu'un, c'était de mauvais augure. À chaque bout, dans une assiette, verdoyait du blé en herbe, qu'on avait mis à germer dans l'eau le jour de la Sainte-Barbe. Sur la triple nappe blanche tour à tour apparaissaient les plats sacramentels : les escargots, qu'avec un long clou chacun tirait de la coquille ; la morue fine et le muge aux olives, le cardon, le scolyme, le céleri à la poivrade, suivis d'un tas de friandises réservées pour ce jour-là, comme : fouace à l'huile, raisins secs, nougat d'amandes, pommes de paradis ; puis au-dessus de tout, le grand pain calendal, que l'on n'entamait jamais qu'après en avoir donné, religieusement, un quart au premier pauvre qui passait. La veillée, en attendant la messe de minuit, était longue ce jour-là ; et longuement, autour du feu, on y parlait des ancêtres et on louait leurs actions…

 Cette évocation des Noëls de son enfance que nous a laissée le grand écrivain provençal Frédéric Mistral résume parfaitement ce que fut cette fête dans l'Europe traditionnelle. Fête de la famille et de la mémoire, fête de l'enfance dont le déroulement mêle, diversement selon les régions, des pratiques immémoriales liées à l'arbre et au foyer, les rituels de la table, l'affirmation des solidarités communautaires et la piété chrétienne. Moment privilégié de la manifestation du sacré, l'anniversaire de la naissance du Christ, confondu avec le moment des nuits les plus longues, annonce l'éternel retour de la vie. Instant « merveilleux » qui voit se confondre le temps cyclique des saisons et celui d'une histoire sacrée porteuse de la rédemption du monde, la fête de Noël demeure le moment du recueillement et de la joie, du retour sur soi et de la générosité, de la communion avec Dieu et des lumières de l'espérance. Profondément ancrée dans la longue mémoire européenne et chrétienne, la célébration de Noël, quelles que soient les dérives marchandes qu'elle engendre aujourd'hui, demeure l'occasion – dans le monde cruellement désenchanté du début du XXIe siècle – de renouer les fils du temps, de reconstituer, à travers le regard illuminé d'un enfant ou dans la chaleur d'une famille réunie, les liens puissants qui permettent aux hommes d'échapper aux désespérances contemporaines.

Le 25 décembre a été reconnu fort tardivement comme le jour anniversaire de la naissance de Jésus

Le christianisme primitif ignore cette célébration et, dans la première moitié du IIIe siècle, le philosophe alexandrin Origène refuse encore que soit posée la question de la date de naissance du Christ, comme s'il s'agissait d'un quelconque souverain ou pharaon. Reprenant une prophétie de Michée, les évangélistes Mathieu et Jean situent la Nativité à Bethléem mais ne donnent aucune indication quant à sa date, et les bergers veillant la nuit, en plein air, sur leurs troupeaux qu'évoque saint Luc laissent penser à une journée printanière. Plusieurs dates correspondant à la naissance de Jésus sont pourtant proposées à partir de la fin du IIe siècle.

Clément d'Alexandrie avance le 18 novembre, mais les auteurs ultérieurs tiennent pour une date située entre mars et mai. Certains gnostiques choisissent celle du 6 janvier, qui présente l'intérêt de correspondre aux épiphanies de Dionysos et d'Osiris – deux divinités de la végétation qui, comme le Christ, meurent et ressuscitent – et à la sortie du soleil dans la constellation de la Vierge, moment important pour les astrologues de l'Antiquité. La date du 6 janvier fut également retenue pour célébrer l'anniversaire du baptême du Christ dans le Jourdain et le miracle réalisé lors des noces de Cana qui virent Jésus transformer l'eau en vin. Aux IIIe et IVe siècles, c'est donc le 6 janvier, qui voit « l'épiphanie », c'est-à-dire la « manifestation » du Christ, que l'Orient chrétien célèbre sa naissance.

À l'inverse, l'Occident se rallie rapidement à la date du 25 décembre. L'importance accordée aux anciennes fêtes du solstice d'hiver, le souvenir des saturnales romaines (célébrées du 17 au 25 décembre) et la place considérable qu'avait acquise dans l'empire le culte de Mithra – dieu solaire et sauveur d'origine iranienne – expliquent pour une bonne part ce choix. Correspondant à la nuit la plus longue de l'année, qui précède immédiatement la « remontée » du soleil dans le ciel, le solstice d'hiver était un moment chargé d'une forte sacralité pour les anciennes sociétés européennes, et l'assimilation du Christ sauveur au Soleil victorieux des ténèbres devait fatalement rapprocher les deux traditions. La célébration de la renaissance annuelle de Mithra et la fête du Sol invictus, dont Aurélien avait tenté d'imposer le culte dans l'ensemble de l'empire, intervenaient toutes deux le 25 décembre, et Macrobe nous rapporte que, ce jour-là, on sortait d'un sanctuaire une divinité solaire figurée comme un enfant nouveau-né.

Ces pratiques ne pouvaient que préparer le subtil syncrétisme mis en œuvre par les chrétiens pour assimiler la naissance de Jésus au retour de l'astre solaire. Au milieu du IVe siècle, le 25 décembre est déjà retenu à Rome comme la fête de la Nativité du Christ. Au début du siècle suivant, la fête de Noël est placée sur un pied d'égalité avec celles de Pâques et de l'Épiphanie, laquelle commémore désormais la venue des Rois mages. En 440, l'Église décide officiellement de célébrer la naissance du Christ le 25 décembre, et Noël devient une fête d'obligation au début du VIe siècle, à peu près au moment où Denys le Petit fixe arbitrairement la naissance du Christ en l'an 754 de la fondation de Rome. L'Occident resta longtemps réticent pour se rallier à une date, le 25 décembre, qui correspondait, pour les croyants coptes ou arméniens, à des célébrations païennes exécrées. Il semble en effet que les tenants de la foi nouvelle venue d'Orient, de même qu'ils « christianiseront » la fête celtique des morts du début novembre, ont « récupéré » la puissante sacralité qui accompagnait traditionnellement les fêtes du solstice pour en faire le moment de la naissance du Sauveur. Dans l'ouvrage qu'il a consacré aux Survivances païennes dans le monde chrétien, Arthur Weigall constate que « ce choix semble avoir été imposé aux chrétiens par l'impossibilité dans laquelle ils se trouvaient, soit de supprimer une coutume aussi ancienne, soit d'empêcher le peuple d'identifier la naissance de Jésus à celle du Soleil. » Conscient des difficultés rencontrées par les évangélisateurs des peuples barbares du Nord, le pape Grégoire Ier n'hésitera pas à recommander à Augustin, l'apôtre des îles Britanniques, d'interpréter dans un sens chrétien les rites et les croyances auxquels demeuraient attachés les Anglo-Saxons du début du VIIe siècle.

Des noms divers désignent la grande fête célébrée au cœur de l'hiver

On écarte aujourd'hui l'étymologie, jugée simpliste, qui fait de Noël le neo Hélios, le « nouveau Soleil », et c'est au latin natalis (origine de l'italien natale) que l'on rattache le « Noël » français. Les « messes du Christ » dites par les évangélisateurs de l'Angleterre au cours du mois de décembre sont devenues le Chritsmas des Anglais, alors que le terme le plus courant en allemand est celui de Weihnacht, la « Nuit sainte ». Le mot Jul (qui désigne, selon les hypothèses, la « roue du temps » ou la « fête ») est celui qui a été retenu dans les langues scandinaves. Quelles que soient ses diverses dénominations, la fête qui intervient dans les derniers jours de décembre combine les antiques croyances liées à la nuit hivernale à l'espoir de renouveau dont sera porteur le nouveau soleil, une lumière que les peuples, au fil des générations, assimileront à l'Enfant-Dieu né dans la superbe pauvreté de la grotte ou de l'étable de Bethléem.

Issu du mot latin adventus qui désigne « l'arrivée », la naissance du Christ, l'Avent correspond à la période de quatre semaines précédant le 25 décembre mais pouvant débuter, en certaines régions d'Allemagne, avec la Saint-Martin (11 novembre). Dans les campagnes de l'ancienne Europe, cette période, marquée par les progrès de la nuit, était perçue comme inquiétante dans la mesure où les âmes des damnés accompagnaient « chasses sauvages » et autres « mesnies Hellequin », ces chevauchées imaginaires de démons et de sorcières, nés de ces jours sombres de novembre, qui voyaient les morts se rappeler au souvenir des vivants. Plus rassurante, la tradition de la couronne d'Avent – faite de branches de sapin tressées et ornée de quatre bougies qui symbolisent les quatre saisons de l'année – est née assez tardivement dans les régions protestantes du nord de l'Allemagne avant de se répandre en Scandinavie, puis aux États-Unis.

La période de l'Avent est riche en célébrations significatives. Divers saints importants sont honorés à ce moment. Outre Saint-Martin le 11 novembre, il faut évoquer Sainte-Catherine le 25, Saint-Éloi le 1er décembre, Sainte-Barbe le 4, Saint-Nicolas le 6, Sainte-Lucie le 13. La Saint-Martin marquait l'entrée dans la période froide de l'année ; évêque de Tours et patron des Gaules, le saint était associé à l'oie, animal sacré depuis la plus haute Antiquité que l'on mangeait rituellement en cette période de l'année où sa fête était l'occasion de joyeuses ripailles. Protecteur des chevaux et patron des orfèvres, le « bon saint Éloi » jouit longtemps d'un immense prestige dans l'imaginaire populaire. Martyrisée au moyen d'une roue demeurée son emblème, sainte Catherine avait la réputation de déposer, le jour de sa fête, des cadeaux destinés aux enfants. Sainte Barbe, célébrée le 4 décembre, jouait un rôle dans le cycle de la végétation, comme le rappelle le texte de Mistral cité plus haut quand il évoque les grains de blé que l'on mettait à germer le 4 décembre, jour de sa fête – tradition également présente en de nombreuses autres régions d'Europe, notamment en Allemagne et en Alsace. Sainte Barbe est souvent associée à saint Nicolas, fêté deux jours plus tard, quand celui-ci distribue des cadeaux aux enfants. Martyrisée à Syracuse sous Dioclétien, sainte Lucie – dont le nom évoque évidemment la lumière – est particulièrement honorée en Europe du Nord, à la faveur des très longues nuits d'hiver : le 13 décembre, les jeunes filles vêtues d'une longue chemise de nuit blanche et coiffées d'une couronne ornée de plusieurs bougies allumées font le tour du foyer et offrent des gâteaux aux membres de leur famille. La même période précédant Noël correspondait également aux quêtes que les enfants effectuaient au cours des tournées qui les conduisaient dans les différentes maisons du village. Analogues au « pâqueret » des enfants de chœur, elles garantissaient aux donateurs les plus généreux une année prospère, alors que les récalcitrants se voyaient promis aux affres des mauvais sorts.

Symbole fort de la fête anniversaire de la Nativité, l'arbre de Noël

Un sapin toujours vert témoigne de la persistance de la vie, tout comme le lierre et le houx, demeurés verts au cours de la saison froide, annonçaient le retour de Dionysos, dieu grec de la végétation toujours renaissante. C'est en Alsace, au XVIe siècle, que l'on trouve, à l'époque moderne, les premières mentions des sapins de Noël et, en 1604, l'érudit Johann Konrad Dannhauer déplore que « pour Noël, il soit d'usage à Strasbourg d'élever des sapins dans les maisons. On y attache des roses en papier de diverses couleurs, des friandises ou des pommes… » Dès le XIe siècle, un évêque de Worms interdisait à ses ouailles de décorer leur maison « avec de la verdure prise sur les arbres », ce qui sous-entend qu'une telle pratique était répandue dès cette époque. Auteur de la célèbre Nef des fous qui inspira à Jérôme Bosch le tableau conservé au Louvre, Sébastien Brant signale, à la fin du XVe siècle, l'habitude qu'ont prise les gens de décorer leur maison de feuillages divers au moment de Noël. La tradition chrétienne tentera de s'approprier le culte ainsi rendu au « sapin de Noël » en rapportant que saint Boniface, l'apôtre de la Germanie, aurait consacré au Christ un arbre auquel s'attachaient antérieurement des superstitions païennes. Le culte des arbres et le mystère des forêts jouaient un rôle important dans l'ancienne religiosité européenne, et il est clair que l'Église chrétienne a pris soin de « récupérer » ces croyances ; l'arbre de la Connaissance était présent sur le parvis des églises quand on y jouait, au soir de Noël, certains drames liturgiques, ce qui impliquait – pour disposer d'un arbre vert à ce moment de l'année – d'utiliser un sapin. Très répandu en Alsace, l'arbre de Noël gagne dès le XVIIIe siècle le reste de l'Allemagne. En 1795, un livre publié à Nuremberg signale la mise en place d'un Christkindleinbaum, un « arbre de l'Enfant Jésus » décoré de bougies. La Bavière et l'Autriche adoptent cette coutume dans les premières années du XIXe siècle, mais les peuples placés sous l'autorité de la monarchie Habsbourg demeureront un temps réticents face à cette pratique dans la mesure où, issue de l'Allemagne protestante, elle est a priori suspecte. Les troupes allemandes du roi d'Angleterre introduisent cette coutume en Pennsylvanie dès l'époque de la guerre d'Indépendance, et ce sont ensuite des Germano-Américains installés dans le New Jersey et l'Ohio qui l'acclimatent définitivement outre-Atlantique où, dès 1890, le président Harrison fait installer un sapin de Noël à la Maison-Blanche. En Angleterre, c'est une suivante de la reine Caroline de Brunswick, épouse allemande du roi George IV, qui introduit à la cour le premier arbre de Noël en 1821, et la coutume se généralise sous le règne de la reine Victoria, elle-même mariée à un prince allemand, Albert de Saxe-Cobourg-Gotha. À Paris, c'est également une princesse allemande, Hélène-Louise de Mecklembourg-Schwerin, épouse du duc d'Orléans, fils aîné de Louis-Philippe, qui fait dresser aux Tuileries, en 1837, le premier sapin de Noël ; mais il faut attendre les lendemains de la guerre de 1870 et l'extraordinaire popularité de tout ce qui rappelle l'Alsace perdue pour que la coutume se généralise. L'Italie et l'Espagne, terres de forte tradition catholique, demeureront longtemps rétives au sapin de Noël, assimilé à une pratique étrangère, née dans les pays protestants de l'Europe germanique et rapidement adoptée par les Anglo-Saxons et les Scandinaves. Très tôt, l'arbre de Noël est couvert de décorations diverses et équipé de bougies qui permettront de l'illuminer quand viendra la nuit sainte, pour le plus grand émerveillement des enfants. Tannenbaum (sapin) en Westphalie, dans le Schlesvig ou le Mecklembourg, Weinachtsbaum (arbre de Noël) en Poméranie et dans le Brandebourg, Christbaum (arbre du Christ) en Autriche, Souabe ou Franconie, Lichterbaum (arbre illuminé) dans le Harz, les sapins sont devenus, au cours des deux derniers siècles, un élément essentiel des célébrations de Noël.

La crèche, figuration de la Nativité

Symbole des récoltes passées et à venir, la « paille de Noël » permet de confectionner étoiles, animaux ou figures destinés à la décoration de l'arbre. À côté de celui-ci, la crèche maintient le souvenir de la Nativité du Christ. Cette tradition a surtout connu de brillants développements dans les pays de l'Europe latine et catholique comme l'Italie, l'Espagne et le Portugal, mais l'Allemagne du Sud et la France y sont également attachées. Le mot vient du provençal crepcha, et l'on sait l'importance que revêt cette tradition dans les Noëls provençaux. Dès le haut Moyen Âge, des crèches sont installées dans les églises et des jeux liturgiques, dits « jeux de la Nativité », y sont organisés au soir de Noël. Vers 1223, saint François d'Assise aurait célébré la messe dans une grotte où aurait été figurée la scène de la Nativité. Apparue en Italie, la crèche de Noël franchit les Alpes vers le milieu du XIIIe siècle, et ce sont les franciscains qui répandent cette coutume en Provence. En autorisant la figuration d'autres personnages que ceux traditionnellement représentés dans les nativités médiévales, le concile de Trente va considérablement enrichir les crèches réalisées dans l'Europe catholique, envahies désormais par tout un petit peuple de fidèles, celui des paroissiens du temps. À Naples ou dans le Tyrol, les crèches baroques des XVIIe et XVIIIe siècles deviennent de véritables œuvres d'art, riches de dizaines de personnages réalisés en bois, en terre cuite ou en faïence. Installée dans une grotte ou dans une modeste étable, la crèche traditionnelle s'est répandue dans les familles de fidèles où elle ne rassemble plus modestement que les personnages de l'Enfant Jésus, de Marie, de Joseph, des bergers et de Rois mages, sans oublier l'âne et le bœuf, omniprésents dans toute l'iconographie traditionnelle de la Nativité mais absents des textes évangéliques évoquant la naissance du Christ. C'est à la fin du XVIIIe siècle que le Marseillais Jean-Louis Lagnel invente les « santons de Provence », c'est-à-dire les représentants de tout le petit peuple du Midi, assimilés aux santi boni, aux « bons saints » devenus les santoni italiens et les santouns provençaux. Le succès de ces petits personnages et la popularité, aux XIXe et XXe siècles, de la Provence de Mistral, de Daudet et de Pagnol contribuèrent à maintenir très vivante la tradition des crèches et des Noëls provençaux.

Des traditions de l'ancienne civilisation rurale…

Outre le gui et le houx qui contribuent largement aux décorations de Noël, la tradition de la « bûche », aujourd'hui réduite à la consommation de la célèbre pâtisserie, confirme le lien étroit qui unit cette fête de l'hiver à la végétation. À l'origine, on faisait brûler dans la cheminée une véritable bûche, et son embrasement constituait l'un des moments forts de la veillée de Noël. Bénie par le chef de famille, arrosée d'eau-de-vie ou de vin, elle était décorée de rubans et de feuillages, et ses tisons soigneusement conservés étaient censés protéger de la foudre. En Sicile, on la brûlait solennellement devant la crèche figurant la Nativité. Chêne, frêne, tilleul ou olivier, l'arbre utilisé varie selon les régions. Noël est également l'occasion d'un repas exceptionnel, jadis marqué par la consommation de viande de porc, largement remplacée aujourd'hui par la dinde dont la tradition nous vient d'Angleterre, puisque ce serait le roi Henri VIII qui l'aurait mise à l'honneur dans le second quart du XVIe siècle. Un peu partout, la veillée de Noël a donné naissance à des traditions culinaires originales. Il en est ainsi des fameux « treize desserts » provençaux que détaille goulûment Marcel Pagnol dans La Gloire de mon père : la fougasse à l'huile et à la fleur d'oranger, le nougat blanc et le nougat noir, les « quatre mendiants » – figues sèches, raisins secs, amandes, noisettes –, les noix, les dattes, les pruneaux, les mandarines, les poires et les pommes, le tout accompagné des « sept vins de Noël ». Dans tous les pays d'Europe, une multitude de gâteaux traditionnels aujourd'hui le plus souvent disparus témoignaient de la persistance de traditions demeurées très vivaces jusqu'à l'extinction de l'ancienne civilisation rurale. Noël a également inspiré de superbes chants populaires dont certains – Stille Nacht, Heilige Nacht ou O Tannenbaum – ont rencontré un succès qui a largement dépassé les frontières du monde germanique, et les Noëls qui accompagnaient traditionnellement les messes de minuit constituent un répertoire d'une infinie richesse.

… à celle, plus récente, du père Noël

Le père Noël, ce distributeur de cadeaux dont les petits enfants attendent impatiemment la venue… Lors des saturnales, les anciens Romains s'offraient mutuellement des cadeaux, ces strenae qui sont devenues nos « étrennes » et, que ce soit à l'occasion de la Saint-Nicolas, de Noël, du jour de l'An ou de l'Épiphanie, cette coutume de la remise de cadeaux a perduré. Le père Noël que nous connaissons actuellement, avec sa barbe blanche et sa houppelande rouge, est apparu récemment dans le folklore français en provenance des pays anglo-saxons, mais il semble bien qu'il ait eu chez nous quelques ancêtres significatifs. Le père Chalande savoyard, le père Janvier bourguignon ou l'Olenzaro basque étaient des distributeurs de cadeaux très appréciés des petits ; mais c'est surtout saint Nicolas qui semble avoir fourni le modèle principal. En Allemagne, en Suisse, en Belgique et dans le nord et l'est de la France, c'est lui qui descend dans les maisons par le tuyau de la cheminée pour laisser à chaque enfant un témoignage de satisfaction – jouets ou friandises – ou de mécontentement – morceaux de charbon. Les enfants déposaient leurs souliers auprès de l'âtre, ainsi que du foin ou une carotte destinés à l'âne que le saint utilisait comme monture. En Italie, c'est la fée Befana qui distribue – le 6 janvier, jour de la fête de l'Épiphanie – les cadeaux destinés aux enfants, et c'est au même moment que les petits Espagnols reçoivent les présents que déposent pour eux les Rois mages…

La richesse et la diversité des traditions qui s'y rattachent témoignent de la place qu'occupe la fête de Noël dans l'imaginaire européen et chrétien. Héritier des plus anciennes croyances et moment privilégié de la venue du Sauveur, le temps sacré de Noël apparaît aux sociétés matérialistes contemporaines – qui ressentent confusément la nostalgie de leur foi oubliée – comme l'instant magique où s'opère déjà, au cœur de la nuit, l'inéluctable réenchantement du monde.

Philippe Conrad
 
Sources: Institut Iliade et Clio.

22/12/2014

Le site internet de l'Institut Iliade est en ligne!

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Le site: http://institut-iliade.com

21/12/2014

Institut Iliade: lancement du site internet!

L'Institut Iliade a été fondé le 21 juin, jour du Solstice d’été.
Son site internet est lancé aujourd'hui même, date du Solstice d'hiver.